Software libero e non informatici: le quattro libertà

A prima vista il Software Libero è:

Ora, non ci sono dubbi che il software libero nasca dai programmatori, che sono stati i primi a provare sulla loro pelle cosa vuole dire non poter condividere il software. Ovviamente per creare software occorrono strumenti di sviluppo e per il Software Libero gli strumenti devono essere liberi, abbondanti, potenti e necessariamente devono essere fatti per primi. Il fatto che sia comodo sviluppare in un ambiente di software libero può far pensare che questi ambienti siano pensati esclusivamente per programmatori.

Ma le cose non stanno così: ormai da più di dieci anni esistono progetti per applicazioni end-user (GUI, browser web, applicazioni office, giochi, ecc.), le cui maturità, affidabilità e facilità d'uso sono spesso molto superiori a quelle del software proprietario. E' il caso, ad esempio, di Mozilla e di OpenOffice. D'altro canto, è spesso un mito che certe applicazioni non siano adatte agli utenti finali.

Il Software Libero ha una soluzione pronta o è in grado di realizzarla in quasi ogni campo e, quando ci sono, spesso le limitazioni non dipendono dalla qualità del lavoro, ma da ostacoli legali, dalla riluttanza a fornire documentazione o da vincoli di altro tipo: è il caso, ad esempio, del supporto per certe stampanti, quando la casa madre non vuole (o addirittura non può) rivelare come le sue stampanti colloquiano con i computer.

Ci sono tuttavia molte altre considerazioni che è necessario fare. Se la questione si limitasse solo a scelte tecniche, una soluzione varrebbe l'altra e non ci sarebbero motivi per preferire un software libero rispetto ad un software proprietario, se non, forse, il rapporto qualità/costo. Analizziamo quindi le quattro libertà e vediamo perché una persona, che di lavoro non fa l'informatico, può avere dei vantaggi dall'uso del software libero.

Libertà 0: la libertà di usarlo per ogni scopo, anche non previsto dall'autore.

Questa libertà, di suo, significa che non ci sono limiti nell'uso di un certo software, ad esempio nel numero delle installazioni, nel numero degli utenti, nel tempo, nelle modifiche.

Ma questo significa anche che non ci sono limitazioni legate al sesso, alla razza, alla religione, alle opinioni politiche. Significa che può essere esportato ovunque, senza limiti di aree di mercato o di influenza politica o economica.

La maggior parte dei software proprietari ha limitazioni in questo senso o può averle. Una tipica limitazione è la non-autorizzazione all'uso da parte di cittadini di paesi più o meno canaglia. La lista dei paesi è varia, ma di solito comprende Cuba, Iraq, Iran, Siria, Algeria, Libia, Corea del Nord. Si può discutere sul fatto che sia corretto o meno vietare a questi paesi l'accesso alla teconologia, ma il problema è che l'uso è vietato ai cittadini di quel paese, quindi, paradossalmente, anche a quelli che non approvano il regime o che addirittura sono dovuti fuggire all'estero.

Ma un software proprietario può avere anche limitazioni di tipo commerciale: se l'azienda produttrice non ritiene conveniente proporre il proprio software in un certo paese o a una certa nicchia di mercato, chi appartiene a quel paese o a quella nicchia non avrà a disposizione quel software. Il ben noto problema dell'accessibilità dei siti web rientra in questa categoria.

Libertà 1: la libertà di studiare come funziona e di adattarlo alle proprie necessità.

I programmatori sembrano proprio gli unici ad avvantaggiarsi di questa caratteristica: è possibile studiare e riproporre il codice di un programma o creare versioni ad hoc partendo da qualcosa di preesistente. Ma in realtà ci sono molti vantaggi anche per chi non programma, a vari livelli.

Uno dei più evidenti è che non è possibile scrivere un programma malevolo senza che qualcuno prima o poi se ne accorga. La quasi immunità di Linux ai virus (e la maggior sicurezza) risiede per buona parte in questo. Uno molto meno evidente è che in questo modo la parte culturale dell'informatica è accessibile a chiunque.

Studiare un programma proprietario o il suo comportamento, anche senza volerlo o saperlo copiare, spesso è di per sé una violazione (sanzionabile) della licenza d'uso e questo impedisce al software di diventare parte della scienza e della cultura e di costituire un progresso.

Inoltre, che i programmatori possano imparare anche degli errori degli altri, oltre che dai propri, consente a tutti di progredire meglio. Le aziende che producono software passano molto del loro tempo a reinventare le ruote, quando addirittura non le fanno quadrate. Il software libero non è certo immune dal pericolo di reinventare o di sbagliare: ma il tipo di sviluppo e di diffusione e le reali preferenze degli utenti sono un buon antidoto a questi problemi.

Libertà 2: la libertà di ridistribuirne delle copie

La libertà di ridistribuzione delle copie è legata alla gratuità del software libero, per cui è quella che chiunque percepisce come vantaggiosa. Ma da questa libertà nascono benefici meno immediati a vedersi, collegati al concetto di condivisione. La condivisione del software facilita la creazione di comunità, che, oltre ad avere vantaggi in sé, favorisce l'incontro tra i tecnici e i non tecnici.

Uno dei più grandi problemi dell'informatica è la traduzione delle esigenze reali dell'utente in programmi. Troppo spesso gli utenti si trovano in mano programmi che fanno, ad andar bene, il 50% delle cose necessarie o che le fanno in modo stereotipato o poco funzionale. Molto spesso questo è dovuto al sistema di sviluppo tradizionale del software, dove tra i programmatori e l'utente finale ci sono troppi livelli (manager, addetti alle vendite, ecc.) e dove troppe volte le esigenze commerciali (riduzione dei costi, definizione di target del prodotto) vengono prima di quelle degli utenti.

Il software libero ha due vantaggi su questa situazione. Primo, spesso è sviluppato da chi lo usa, almeno inizialmente, che quindi sa quali caratteristiche deve avere e come verrà usato, e viene modificato da altre persone che effettivamente lo usano. Secondo, anche quando non è così, il contatto è di solito diretto tra l'utente e il programmatore, con benefici per entrambi.

Libertà 3: la libertà di modificare il programma e di distribuire le modifiche

Dal punto di vista di chi programma, significa poter modificare il programma per sé o per gli altri (e magari farsi anche pagare). Già solo questo è un vantaggio anche per chi non programma, dato che può commissionare le modifiche a chiunque. In questo modo può avere un maggior controllo sulle funzionalità di un programma e, soprattutto, ribaltare il rapporto tra produttore e consumatore.

Attualmente, il consumatore si trova spesso in condizioni di sudditanza rispetto al produttore. Ogni produttore è in grado di imporre la licenza che più gli aggrada e l'unico limite alle bizzarrie è la fantasia dell'autore della licenza stessa. Esistono delle licenze che limitano l'uso solo a un certo computer (e vanno cambiate se questo computer cambia nome) o che hanno costi diversi a seconda della configurazione del computer stesso (e vanno cambiate se si aggiorna l'hardware) o che sono limitate a un certo numero di utenti o a un certo periodo di tempo. Ma questa è solo una parte del problema e tra l'altro la più aggirabile, come dimostrano tutte le campagne antipirateria.

Un problema più serio è che, secondo il modello "tradizionale" di licenza e distribuzione del software, il destino di un programma è intimamente connesso col destino, le necessità e i capricci di chi produce il programma e non di chi lo usa. Chi produce il programma può decidere unilateralmente di modificare la licenza d'uso, di ritirare il programma dal mercato o di non produrre più aggiornamenti, oppure può semplicemente fallire o venire assorbito da un'altra società. In tutti questi casi, la disponibilità per l'utente è sempre a rischio e con essa la possibilità di usare altri programmi o di accedere ai propri dati. Ma c'è anche dell'altro: è chi produce a decidere cosa serve o cosa non serve all'utente, quali caratteristiche debba avere il prodotto e come debba essere usato. L'utente può tutt'al più suggerire delle modifiche o segnalare degli errori. Tutto questo in base al principio che il software è concesso in licenza, in pratica affittato e non venduto: la proprietà resta sempre a chi distribuisce.

Col software libero invece il discorso si ribalta, l'utente può distribuire un programma, modificarlo, studiarlo e farne quant'altro gli venga in mente, compreso guadagnarci sopra del denaro. Non basta, è invitato a fare tutte queste cose. In questo modo, il programma diventa effettivamente proprietà dell'utente. E' per questo che spesso in questi casi si parla di copyleft, contrapposto a copyright, che invece si applica al sistema tradizionale: è un gioco di parole, dato che left in inglese, significa sinistra (opposto a right, destra), ma è anche il participio di to leave, lasciare. L'unica cosa che un utente non può fare è limitare la libertà degli altri e questo si traduce in generale nel fatto che non può applicare a un certo software una licenza più restrittiva di quella grazie alla quale ha ottenuto quel software, anche in quei casi in cui può persino cambiare la licenza.

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